So che su questo sito vi aspettate ben altro, e non certo una cronaca sul mio libro. Vi rendo solo noto che da oggi il libro è disponibile anche alla libreria:
HOEPLI di Milano a due passi dal Teatro alla Scala (
Via Hoepli, 5 - 20121 Milano)
inoltre lo potete ordinare on-line nel sito della libreria. Lo trovate qui.
Alla libreria Archivi del '900 sono
nuovamente disponibili le copie: le trovate esposte all'interno.
State bene. Cyrano.
- Il punto è capire dove si annoda, esattamente, il problema. – Disse Caterina scandendo le parole e Fabio sfiorò con le dita il bicchiere sul tavolino. Gli venne un groppo in gola e fu percorso da un tremito, quando l’istinto alla risposta (alla polemica da salotto), lo spinsero ad aprire la bocca. Ma poi s’appoggiò di nuovo allo schienale del divano, afferrando l’aria coi denti per rispondere con una simulazione a una pratica dettata dall’istinto. Fabio aveva deciso di non parlare più. Si stava ancora esercitando, naturalmente, e non sempre gli riusciva. Talvolta infatti se ne usciva con qualche commento, che in virtù del suo ormai prolungato silenzio, risultava lapidario o provocatorio. In qualche caso, le rare volte in cui parlava, si scopriva a fare interventi funzionali al proseguimento della conversazione, secondo il principio per cui se gli altri parlavano, lui poteva tacere. Si limitò a fare di sì con la testa e a guardare in alto a sinistra strabuzzando gli occhi.
- La verità è che il punto s’è perso Fabio, sono vent’anni che abbiamo questo problema. Forse di più. Come fai a ricostruire, me lo dici? Come fai? – insistette Caterina, per nulla colpita dal fatto che Fabio non avesse verbalizzato alcunchè. La donna aveva i capelli lunghi e scuri, quarant’anni portati con fascino morbido e un dolce accento meridionale. Ma Fabio nemmeno l’ascoltava più: aveva perso il filo. Questo voto del silenzio, gli capitava di esercitarlo quando era insieme agli amici, al Verano per esempio, o all’uscita dal San Carlo con ancora le arie nelle orecchie o magari dopo un cinema. Agiva in questo modo anche al lavoro, dove ormai si limitava a scrivere e-mail e non dava più contributi alle interminabili riunioni che venivano organizzate con sempre maggior frequenza. Spesso si limitava a qualche battuta: un assenso, una breve confutazione, un proverbio del tutto inutile. Prima di prendere la decisione finale di non parlare più, il suo linguaggio si era rarefatto e aveva ceduto il campo alla sperimentazione. Non solo parlava di meno e si limitava, come detto, a qualche accenno non verbale, ma talora esclamava frasi completamente al di fuori del contesto, senza provocare negli astanti, comunque, reazioni degne di nota. Si era definitivamente convinto che l’impatto delle sue parole era comunque limitato. In altre parole: che lui si esprimesse o meno i suoi amici continuavano a chiamarlo, la sua indolente carriera proseguiva sulla china delle finte opportunità di lavoro, e in famiglia nessuno pareva accorgersi dei suoi mancati contributi. Si limitava a scuotere la testa o a sorridere, come sempre aveva fatto. Fabio quella sera guardò Caterina e sorrise della sua intima consapevolezza. Si portò il bicchiere alle labbra. – Quanti sono stati i commissari straordinari, eh? Tu Giuliano te lo ricordi quanti sono stati? – continuò Caterina, drizzando la bella schiena arcuata, e rivolgendosi a Giuliano (un comune amico) che stava armeggiando con il diffusore dell’Ipod. Giuliano si girò e disse: - Sono stati... sono stati quattro, forse cinque. Adesso non ricordo, però tanto che cambia?
Fabio tirò un sospiro di sollievo perchè la minaccia della discussione era passata da lui a Giuliano e si alzò dal divano. Aveva deciso di rintanarsi in cucina. Da quando non parlava, anche l’ascolto gli riusciva noioso. Si tirò su le maniche della camicia e poi prese il bicchiere, mentre Caterina e Giuliano discutevano sui bastimenti diretti in Sardegna e sulle motivazioni che aveva la Germania per dare una mano.
La cucina era in penombra e lucida e pulita come appena laccata. La finestra s’apriva ampia sul balcone. Da fuori giungeva, portato dalla brezza, un sentore dolce di fiori avvizziti. Fabio sedette sullo sgabello accanto al tavolo lucido, illuminato dai faretti, e pensò seriamente di poter veramente vivere senza usare la parola, magari in uno stato di perenne contemplazione. Rimaneva il problema della noia, naturalmente, ma quella c’era anche prima, quando si accapigliava per avere sempre l’ultima parola su tutto. La sua lingua si stava spegnendo, questa era la realtà, e come un fiume diventa rigagnolo e poi sparisce tra i sassi, perchè s’inaridisce la fonte, così lui avrebbe smesso di parlare, perchè a monte il suo impulso a comunicare si stava spegnendo. A che serviva parlare? Non era forse tutto, in definitiva, evidente? E per chi non trovava il tutto evidente, a che pro spiegare? L’evidenza si manifesta al di là di un sistema verbale, per così dire appare agli occhi e ai cuori di tutti. Dunque chi non se ne accorge è perchè non può farlo e a nulla valeva il linguaggio, in quel mondo percorso dalle contraddizioni del segno, prima che da quelle del significato. Quindi Fabio avrebbe taciuto e l’avrebbe fatto con metodo, magari adducendo quache scusa meta-scientifica, una con-causa psicologica che importava? Mentre era assorto (in silenzio) in cucina, entrò Caterina che si fermò davanti alla porta, rintracciandolo nella penombra: - Che fai lì solo soletto?
Lui la guardò, socchiudendo gli occhi.
- Pensi. Tu pensi troppo Fabio. – Caterina si fece avanti e Fabio vide che ondeggiava i fianchi come uno vascello della Capitanata.
- Tu non stai bene. Credi che non me ne sia accorta? - Disse Caterina, appoggiando la mano sui capelli di lui, arrotolandoglieli – è per Maria che non c’è più? E’ per questo vero?
Fabio fece una smorfia. Pensò: separazioni, divorzi, vedovanze dov’era il problema? Non avevano gli anticorpi per sopravvivere a questo genere di veleni?
- Il problema è sempre un altro, vero? Fa niente. – disse piano la donna. Lui fece di sì con la testa. Lei rimase in attesa, facendo pressione con lo sguardo, con la vicinanza del corpo. Fabio conosceva quel corpo, per averlo abbracciato un paio di volte, forse dieci anni prima e allora decise che forse valeva la pena, magari per un ringraziamento tardivo, di darle una spiegazione, un’ultima lapidaria costruzione verbale. Tossì, si schiarì la gola e le disse sussurrando: - Non ho più voglia di parlare Caterina. Forse ho parlato troppo in questi anni. Ed è come la ruota del criceto, un atto sostenibile che bilancia movimento ed energia, ma che non possiede significato. – Lei rimase ferma un secondo a fissarlo, poi disse: - Anche la cyclette è come la ruota del criceto Fabio, ma il significato sta nello sforzo muscolare, nell’allenamento, nel beneficio che se ne trae.
- Ma il criceto non sa nulla, si muove solo per istinto. – obiettò Fabio.
- E non è consapevolezza anche quella?
- Tu credi? Può darsi, dal momento che il criceto non dispone di altri mezzi che l’istinto. Ma noi, io e te per esempio, altri mezzi li abbiamo. O meglio crediamo di averli, perchè in definitiva non sappiamo che farci di tutta questa intelligenza, di tutta questa propensione al linguaggio. Facciamo girare la ruota Caterina, facciamo solo girare una ruota.
- E tu sei stufo di farla girare. – concluse Caterina, allontanandosi un poco da lui, colpita (forse a fondo), per la prima volta da questo suo distaccarsi, da questa ribellione sottile di cui, finalmente, iniziava a percepire i confini. Rimaneva il dubbio, a Caterina, che si trattasse solo di un atteggiamento passeggero, di un vezzo temporaneo.
- Sono stufo di farla girare, questa cazzo di ruota. – rispose Fabio alzandosi dallo sgabello.
- Allora dobbiamo aspettarci..., dobbiamo aspettarci cosa? Che tu non parli più? – chiese Caterina. Lui annuì nella penombra. Per un secondo Fabio si chiese se valesse la pena, in effetti, di fare tutti quegli sforzi per tacere o se non fosse il caso invece di abbandonarsi al flusso delle parole, delle metafore, dei discorsi fini a se stessi che non scalfiscono mai nulla, che non provocano cambiamento, che si rivelano sterile forma. Rimase sul vano della porta, con il mento sul petto e lo sguardo sul granito del pavimento, incapace di figurarsi una risposta, ma già sollevato e subito dopo, in modo inaspettato, selvaggiamente felice.
State bene, devo scappare, Cyrano.
Ha esaurito le copie de "La Giostra e altri racconti".
Dovrebbero provvedere a breve. Chi non l'avesse trovata nei giorni scorsi, e non avesse la possibilità di recarcisi nuovamente, può contattarmi.
State bene. A presto. Cyrano.
"Ora Valeria sfrecciava nel buio, col freddo in faccia, gli occhi che lacrimavano nella corrente. Posso fare di tutto questa notte, pensava, e glielo diceva il suo stesso vigore, la precisione della pedalata con il ritmo del respiro. Valeria si ficcò leggera (a precipizio) dentro la notte. "
Ciao a tutti,
vi rendo nota la pubblicazione de La Giostra e altri Racconti. Se vi va, acquistatelo. Se vi piace, parlatene in giro.
Su questo blog potrete seguire gli sviluppi e i prossimi appuntamenti, e potrete lasciare commenti, critiche e impressioni, come sempre.
Se vuoi comprarlo in LIBRERIA:
A Milano sono presente alla Hoeply (Via Hoepli, 5
) e alla Libreria Archivi del '900 (via Montevideo, 9 - zona Parco Solari).
A Roma sono presente a: BIBLI (Via dei Fienaroli - zona Trastevere) - TICONZERO (Via S. Pincherle - Terza Università, viale Marconi) - SETTE CHIESE (via delle Sette Chiese - zona Garbatella - Regione Lazio) - MICOZZI (Via G. Ferrari - Zona Prati, piazza mazzini) - NUOVA EUROPA (Via Rigamonti - Centro Commerciale I Granai) - CROCE (Corso Vittorio Emanuele II - Centro, largo Argentina)
Se vuoi comprarlo ON-LINE:
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Acquistalo in Contrassegno: Bardi Editore
Ordinalo all'Editore: Progetto Cultura
State bene, adesso posso riprendere a scrivere.
Cyrano
cambiare sito. Chiederò aiuto a Sasà. Anche se lui in questo momento è piuttosto incasinato. O forse me lo faccio io, con i template di splinder, e poi a lui chiedo qualche gadget. Cosa stavo dicendo? Che cambio sito. Vabbè tutto qui. Non so quando. E' una cosa che devo fare. Stop
Ieri sera sul divano ho provato una violenta nostalgia di Cyrano, quando scrivevo in rima, che meraviglia. Ho assaggiato un po' del whisky di mia moglie e mi sono messo a verseggiare nella mente. Poi sono andato a letto, perchè sennò mi mettevo a scrivere e invece mi devo riposare. Stop.
il mondo qui fuori è talmente sbagliato e non mi fermo al campanile. E' così grande la forza che bisogna avere. Ma è una (piccola) sfida entusiasmante, anche se va tutto a scatafascio. Poi penso che sono sul divano, mentre qualcuno sfonda le frontiere per mangiare. Facile fare le sfide intellettuali con se stessi. La cattiveria è sempre quella, ma laggiù fa più vittime. Stop
Cyrano.
Ciao a tutti,
perdonate l'assenza. Sto brancolando tra fatiche omeriche e delusioni. Tornerò naturalmente, molto presto. Intanto
qui trovate altra pubblicazione. Sarà disponibile a Marzo e vi avvertirò con il link per l'acquisto.
State bene, a presto spero, Cyrano.
Quando penso a tutti i casini della mia scrittura, sorrido. Gli editori, le riviste, le liberatorie, la blogosfera: è una piccola società che riproduce l'esistente. E anche io, naturalmente, riproduco l'esistente: sono capace di pensare a una poltrona di cuoio, un bel libro e un buon whisky (magari con un camino acceso) e nello stesso tempo all'esilio forzato, fuori dal mondo occidentale. E questo è vero sempre, è una doppiezza consapevole. Mi vengono in mente le persone, quelle che sono da sole, uomini, donne, bambini. E invece credo che si debba vivere e morire sempre insieme a qualcuno: non importa l'età, per stare bene insieme bisogna essere in molti e diversi. Non succede sempre, anzi quasi mai. La scrittura non ha la minima importanza. E' soltanto bella.
Buone feste già che ci sono, un po' in anticipo daccordo, ma chissà dove sono domani. State bene.
Cyrano.
p.s.
Ermione! Perdonami! non dipende da me, lo sai. Invece no, è colpa mia! Sono piuttosto stanco e capisco che invece di scrivere cose come quella qui sopra, potrei impegnarmi più a fondo. Questo è vero. Però sai anche che io mi stanco per tipo di scrittura, e i post sono diversi dai racconti. C'è chi dice che siano perfino meglio. Lo finirò, te lo giuro. E potrai passarlo tra le maglie fini dell'anima, fingendo stupore e provando sollievo. O rabbia. Non posso aggiungere altro Ermione, anche perchè non esiste discolpa. Baci (se posso).
Andiamo a prendere l’aperitivo, subito dopo l’ufficio. Bem è sopra le righe, perchè ha litigato con il capo: ride e racconta come l’ha messo in buca. Si chiude nel giubbotto e si tira la sciarpa sulla bocca. Ci sono anche la Stefy e Giorgio. Il tempo minaccia pioggia ma per fortuna nessuno ci pensa perchè è venerdì. Cammino davanti con la Stefy, tra i fari che tagliano la strada e i colpi di clacson. Lei mi racconta del lavoro che stanno per rilasciare, e di come sia un progetto di merda per tutti, per quelli che ci lavorano, per il cliente, per la società. Stefania ha lo sguardo che si perde nel vuoto, questo lo capisco pure io. Ma ognuno di noi ha le sue preoccupazioni, quindi non ci bado. Quando siamo davanti all’entrata del locale mi giro e vedo che Bem è rimasto indietro e guarda il muro, a una spanna di distanza. Lo chiamo e lui non si muove.
- Cazzo sta facendo? - chiede Giorgio.
- Non lo so. – rispondo.
- Non è mica normale quello.- Io guardo Giorgio e per un istante mi tornano in mente le parole di Bem, prima sul balcone quando stavamo fumando: quello è un cretino, non ti fidare. E’ come loro, mi diceva.
Lascio Giorgio e Stefania e vado verso Bem. – Noi entriamo intanto. Si crepa di freddo.- urla Giorgio dietro le mie spalle.
- Ma fottiti. – dico io piano. Raggiungo Bem. – Che fai, non vieni? – Lui si gira verso di me e risponde: - Stavo guardando questo graffito. E’ come uno stencil, vedi? Sono bellissimi. Chissà chi li fa. Ce ne sono una serie fatti così.- Io guardo lo stencil. E’ il volto di un uomo, un fumetto in bianco e nero impresso sul granito del palazzo e la scritta sotto dice: buyo is tired.
- Vengo. – continua poi - anche se quello è una testa di cazzo.
- Bem, non puoi far finta di niente, una volta tanto?
- No. Non credo. Comunque.
Ci avviamo verso il locale.
Bem ride e si porta alla bocca il gin-tonic. Poggia il bicchiere. – E poi? Ma veramente gli hai detto così? – Chiede Stefania. La guardo: tira fuori il petto, si passa una mano tra i capelli.
- E’ la verità no? Perchè bisogna aver paura, a che serve la democrazia? – risponde Bem.
- Senti, secondo me dici un sacco di stronzate. Comandano loro, giusto? – interviene Giorgio. Urla per farsi sentire. Nel locale tutti parlano a voce alta, in mezzo alla musica.
- A me nessuno mi comanda. – risponde Bem freddo, come se improvvisamente fosse arrivato il momento della resa dei conti, delle parole pesanti. Bem è fatto così. All’improvviso si ri-posiziona, cambia le regole del gioco e tu ti trovi in mano delle carte e non ci fai niente, sei costretto ad affrontare una realtà più ampia, con un significato più vasto. – Io rispetto le persone – continua Bem - c’è sempre da imparare. Ma c’è un limite a questo rispetto, oppure tu sei uno che rispetta sempre e comunque?
- Cazzo dici? Non te lo danno loro lo stipendio? E allora taci e lavora, no? – lo canzona di rimando Giorgio, e fa un gesto teatrale, scontato (perfino povero), e mette il braccio sullo schienale della sedia imbottita.
- Che me ne frega dello stipendio. Ma perchè tu sei fermo allo stipendio? Allora sei proprio uno schiavo dentro, la razza peggiore, quella che si rende schiava. – risponde secco Bem e io inizio ad avere paura. Non sopporto la violenza. Mi viene da cacciarmi sotto un tavolo, sento una stretta bestiale allo stomaco. Ma siccome non sono una checca, cerco di non farlo vedere, anche se ho paura, e chiamatemi pure represso.
- Ma tu sei matto. – Dice Giorgio. E ride, cercando di coinvolgere Stefania che si fa indietro con la schiena, per metterlo a fuoco meglio.
- Ma chi me l’ha portato questo? – risponde Bem. L’altro si alza, strascicando la sedia, avrà 25 anni e il capello corto, tutto a posto con la cravatta.
- Bem lascia perdere – dico io, e faccio segno a Giorgio di sedersi. Non so dove ho trovato il coraggio, forse l’amore per Bem, anzi sicuramente l’amore per Bem.
- E tu piantala.- dice Stefania, rivolta a Giorgio – lascialo parlare no? E poi mi sa che ha pure ragione.
Scende il silenzio intorno al tavolino. Nel locale Mario Biondi fa finta di essere americano, trascinando la musica. Bem si alza e si mette la sigaretta dietro l’orecchio. Va fuori a fumare, non può farne a meno. Lo raggiungo, ma prima faccio una smorfia a Stefania, perchè la mollo con lo stronzo. Bem è fuori che lascia andare il fumo nella sera gelata. Non rabbrividisce, sta impalato e guarda la strada.
- Come va? – gli chiedo.
- E’ solo un povero stronzo. Credo che dovrei ammazzarlo. Sul serio. Quel cretino. E con quelli come lui che...
- Tu non fai proprio niente. Lascialo perdere. Mica è colpa sua.
- No, lascia stare. Tu non mi segui. Io non ne posso più di questa gente. – risponde Bem.
- Che c’è da capire? Che son tutti così? E allora?
- Il numero non conta. Conta la dignità di ciascuno.
- Non c’è ne più di dignità Bem. L’hanno persa tutti e da tempo. Io perlomeno l’ho persa. Non ci credo che riesci a dire frasi del genere.
- Forse è un problema tuo. Non mio. – sbuffa il fumo che si perde nella notte. Io vorrei picchiarlo, forte, alla mascella, ma non so come fare. E poi è meglio che lascio perdere. Mi è appena passata, ammesso che lo sia. E se faccio così mi riprende al volo, mi arrotolo nei perchè e nei non è giusto e sono finito. Bisogna rimanere distanti, non bisogna farsi del male. Distolgo lo sguardo. Sono uno stronzo, dovrei passare la sera con quelli come Giorgio. Altro che Bem e tutta la sua cazzo di poesia, il senso del tragico, la morale, l’inventiva, il colpo d’occhio. Bem l’artista, cazzo.
- Dai rientriamo. – dico mentre respiro forte l’aria fredda.
- Niente da fare. Me ne vado. Non ce la faccio a respirare tutto quel veleno.
- E Stefania? Cazzo, Bem!
- Dille che son dovuto scappare. E’ la verità. Devo andare a vedere una cosa.
- Che cosa? E che ci vuole a dire la verità? Pensi che la verità giustifichi tutto, è questo che pensi? – rispondo esasperato.
- Sai quel graffito? Ne ho visti altri, tre o quattro non ricordo, sull’Alzaia del Naviglio che porta a Corsico credo. Devo fare delle foto.- Risponde senza nemmeno far finta di avermi ascoltato, con gli occhi illuminati. Butta la sigaretta, che fa un arco fino in mezzo alla strada. Poi si gira e s’incammina verso l’angolo, quella testa di cazzo. Eppure domani, o magari tra un mese, Bem scriverà qualcosa riguardo quei graffiti, non so cosa, forse solo uno spunto o un’allusione, e mi presenterà il conto con gli interessi, e io non avrò nulla da dire, proprio nulla.
State bene, Cyrano.
Ciao a tutti,
qui trovate il blog che ha pubblicato il Post sotto l'albero.
qui trovate il documento scaricabile.
nel documento trovate (insieme ad altre cose, ben inteso) il racconto: la ballata della giovenca.
State bene, a presto.
Cyrano
what got you to dinner, Laird Rowland, my son?
What got you to dinner, Laird Rowland, my son?
I got eels boild in brue; wither, mak my bed soon,
For I 'm weary wi hunting and faine would lie down.
[...] Parlai con le vecchie che curavano gli infermi, lungo i fiordi della Norvegia e nella valle di Eggedal, dove da sempre si aggirava il mitico Serpente Selma, dotato di pinne, zoccoli e corna e il cui canto poteva udirsi fino all’altro capo del mondo, specialmente il giorno di Natale [...]
[...] Quando chiedevo della Giovenca di Mare ed estraevo le copie dei bozzetti e della documentazione che mi portavo in giro nella bisaccia, la gente si girava dall’altra parte e mi abbandonava senza dire una parola [...]
[...] La mia frustrazione fu indicibile e mi risolsi di proseguire le ricerche solo fino al 25 Dicembre del 1857: di Natale avevo iniziato la mia ricerca, e di Natale l’avrei terminata, proprio su questa scogliera. [...]
Cyrano.
Stanno arrivando le
Giovenche di Mare. A qualcuno la cosa non dice nulla. Ad altri sì, naturalmente. E' nato in modo strano. Ed è un racconto strano, non poteva essere altrimenti. Quello che c'è scritto nel racconto non è tutto, il resto diciamo che lo sto raggruppando. E' un po' disperso in giro. Farò una fatica boia a recuperarlo, seppur con approssimazione. Ora non fraintendetemi vi prego, io odio quei cosiddetti libri che hanno una parte multimediale e l'altra scritta, ma all'incontrario e poi il capitolo cinque che esattamente uguale al ventuno che viene recitato, e via dicendo. Il racconto sulle Giovenche di Mare è una cosa seria, compiuta e frettolosa come devono essere queste cose. MA esistono altri frammenti, per lo più monologhi, e qualcuno non è nemmeno in mano mia! E che le pubblichino! Sarebbe divertente, anche se magari, una volta tanto, sono io l'unico che si diverte... No scherzi a parte, l'idea della Giovenca di Mare mi ha affascinato immediatamente e la mia fantasia è volata come un razzo a certe storie dell'ottocento anglosassone, dove bestie misteriose e demoniache vengono evocate da chi troppo le vuol cercare. Sono un bel mucchietto di metafore carine, e poi scriverle! E' molto divertente. Due pagine sono diventate otto, il secondo giorno di lavoro, quello entro il quale tradizionalmente finisco la prima stesura. Altri due giorni per la revisione, sapendo che ce ne vorrebbero quattro. E poi il punto, e la pausa del quinto giorno. Ultima lettura e fine dei giochi, ho dato il volto a una Giovenca di Mare. State bene, devo veramente scappare. Cyrano.
p.s.
dimenticavo, il racconto di cui scrivo nel post precedente si intitola
La Guarigione e lo trovate
qui per i tipi della Giulio Perrone, dentro l'antologia
dovrei esserci anche io. E' curata da Giovanni Di Muoio.
Come sapete non amo parlare molto di me stesso. Tra voi lettori è piuttosto raro che qualcuno mi conosca. Preferisco che al posto mio parli la scrittura. E’ quindi difficile che mi esponga su questo blog a considerazioni che non siano mediate, appunto, dalla scrittura. Tuttavia è bene che metta in chiaro una cosa, visto ciò che si sta muovendo in questo momento. Io scrivo e questo lo sapete. Sapete anche che mi piacerebbe vivere della mia scrittura (così come del resto mi piacerebbe andare in Patagonia su un areostato, oppure passare tre mesi in Canada). Tuttavia come immaginate vivo indipendentemente da queste aspirazioni, e soprattutto scrivo indipendemente dalle mie fortune letterarie ufficiali.
Lo farei comunque e l’ho sempre detto.
Usciranno a brevissimo un mio racconto su un antologia di Giulio Perrone Editore . L'antologia di chiama: Inadatti al volo e contiene un mio racconto (La guarigione). Uno stralcio di intervista su un’altra iniziativa cartacea messa in piedi da Splinder è già acquistabile on-line. Fanno parte di quelle iniziative per le quali un autore, di solito un blogger, cede i diritti di un pezzo inedito (o nel secondo caso di un edito) che viene integrato in un libro (reale) e buttato sul mercato a pagamento.
Per coloro che si divertono a seguirmi anche al di fuori di questo blog, da ora in avanti metterò a disposizione i link per l’acquisto delle opere sopra elencate ma non farò ulteriore pubblicità. Concludendo: da questo momento in poi, chi vorrà stampare i miei racconti e realizzare un profitto, dovrà pagarli, altrimenti Cyrano lo troverete solo qui sopra. Gratis. Diverso discorso è l’antologia di racconti che ho scritto per Progetto Cultura che invece uscirà a Marzo. In questo caso si tratta di una raccolta di racconti lunghi inediti di Cyrano che sarà data alle stampe. Anche in questo caso un riflessione: non ho intenzione di sobbarcarmi il marketing di questa antologia. Metterò a disposizione il link per l’acquisto e la reperibilità. Chi la vuole la compra. Se invitato parteciperò a reading e manifestazioni, altrimenti ne farò a meno. Se piace, la voce si spargerà da sola.
Questo è quanto. State bene. Cyrano.
p.s.
Sto lavorando a una seconda raccolta di racconti e questa volta, il primo racconto (dei quattro previsti), sarà pubblicato interamente su questo blog. In attesa di editore, naturalmente.
Sono talmente indaffarato, sotto pressione e stanco che potrei azionare una macchina a vapore, grazie ai joule che consumo dalle sette alle due. Non pensavo che la vita potesse essere così faticosa. Dieci anni fa ero sorpreso dalla mancanza di senso di quello che si fa generalmente, a Milano e forse in Italia. Oggi sono saturo come una melassa. Faccio troppe cose, ho mille pensieri. Raggiungo risultati, mi sforzo di migliorare i miei rapporti familiari, di raggiungere gli obiettivi, di pianificare i costi, di mantenere le poche amicizie che mi rimangono, di scrivere, di curare la mia istruzione e i momenti di svago. Un perfetto borghese, per certi versi. Per altro verso un radicale, per lo meno verso me stesso. E faccio sempre più fatica. Il contenitore è sempre lo stesso, badate bene. Il lavoro fatto seriamente, lo sforzo di mantenersi onesti, l'incompresibile ignoranza delle persone che incontro, il rispetto e l'amichevolezza come biglietto da visita, la banalità sconcertante della gente e i motivi per cui si accapiglia, l'umiltà di dover sempre imparare qualcosa, le battaglie di contenimento dell'ego. Si mette anche a fuoco cos'è l'amore, l'amicizia e la morte. E tante altre cose che il cervello, i nervi e il cuore fanno fatica ad assimilare, come schiacciate dal fardello dei sensi. Un momento di passaggio (come la capanna del sangue) nel quale l'orizzonte si piega ad angolo retto per indicarti una strada, pur tra mille altre. Giusta? Sbagliata? Non importa, che ne so io? E poi tutto il resto è vita, come viene, inventando sul momento, stringendo la bussola tra le mani e il mare in tempesta che scroscia sulla chiglia e le raffiche di vento, la lanterna che cade sul ponte. E poi c'è qualcosa che spicca dalla mia fatica quotidiana, come la lancia spezzata sul campo di battaglia. La consapevolezza che adesso (e non prima) si sta formando la mia storia. La bava di una lumaca che prima era appiccicosa e adesso diventa di pietra liscia, per poterci scrivere sopra. Forse è la fatica, la vera energia del processo. Sia quel che sia, non posso far altro che dissiparla.
State bene. Cyrano.
Uscito il N°
29 di Sagarana, rivista on-line. Ci trovate un mio
racconto qui. E' un racconto vecchio, sepolto da qualche parte in questo stesso blog. Il racconto è stato rimaneggiato e corretto quindi è da intendersi come seconda versione.
State bene, a presto. Cyrano.

Una mattina a passo svelto, un ottobre nei sotterranei coi treni. Un'aria fresca come primavera tra incroci e palazzi. Scala mobile che ronza e una bella donna che mi cammina incontro, all'aperto, e mi guarda. Cemento dovunque e cammino a piedi, le macchine parcheggiate e i lavori sulle strade, sulle case di Milano. Dovunque mi giro è bellezza femminile stamattina: è come camminare in uno stato di grazia. Qualcuna alza lo sguardo incrociando il mio, che cammino. Altre non guardano, sono prese dai pensieri, qualcuna sorride e manca poco che mi giro, per vendicare quelle sfrontatezze d'amore.
Ho diritto a quegli sguardi, perdio!
E poi mi vedo riflesso in una vetrina, e mi giro: sono un essere sorprendente, vestito di nero, abiti fuori moda, con le rughe sulle guance che sembrano due solchi, il computer a tracolla e un libro nella mano. Ho i capelli fuori misura, senza significato, come gettati sul capo. Sono forte e fragile allo stesso tempo, dipendo da piccole cose. E tutte queste donne sono gigantesche, stupefacenti, iperboliche e mi scalfiscono la pelle. Questa mattina Milano ne ha prodotte a dozzine, le ha liberate dai portoni, le ha rese felici per i miei occhi, orchestrando un caso favorevole per ognuna di loro. Non è un giorno per lavorare questo. Occorre sprecare un po’ di vita, bisogna fottersene del tempo, perchè questa mattina Milano è più bella di un museo.
Cyrano
Gaetano Capodimonte fissò la pianura con sguardo accigliato. A cavallo dietro di lui c’era Ferruccio di Grenada, il suo luogotenente. L’uomo aveva la testa fasciata da un turbante rosso, i baffi lunghi e la pelle scura. Gli chiese: - Quanti sono mio signore?
- Una miriade, Ferruccio. – Gaetano sospirò forte, diritto sulla sella. Il cavallo si mosse piano, urtando le frasche di un faggio che stendeva la sua ombra sul versante della collina. Quante volte era stato sul campo di battaglia? Forse dieci (senza contare le scaramuccie e le risse con spada e coltello). L’armatura gli segava le spalle e da un po’ di tempo la mole dei ricordi iniziava a pesargli, come se la vita potesse stancare. Tirò le redini, il cavallo retrocesse e poi l’uomo lo accarezzò sulla mascella, per calmarlo, sempre guardando l’orizzonte.
- Cosa facciamo mio signore? Dietro abbiamo i mori, a una giornata di marcia.
Il sole splendeva e il cielo era azzurro, senza neanche una nube nel pieno del mezzogiorno. Dietro il tavoliere a Ovest c’era il mare con tutte le isole, le scogliere frastagliate, le gole e le calette. A Est c’erano le foreste impenetrabili e i laghi azzurri come il manto della madonna, e dopo si arroccavano i principati Serbi e Bizantini, e poi il deserto di steppa. In mezzo c’era la pianura di Crostòrica, piena di tende bizantine che sembrava una scacchiera, e macchine da guerra e serragli, padiglioni e file di armenti, fuochi, cataste e un perenne andirivieni di pattuglie, esploratori e messi del sultano, bandiere Veneziane e file di soldati e cavalli singoli al galoppo. E in lontananza, a chiudere la valle, i fianchi delle montagne innevate. Ferruccio aveva fatto una domanda sbagliata. Per Capodimonte c’era una sola cosa da fare.
- Prepara l’esercito. Chiama gli esploratori. Disponi gli arcieri sulla sinistra e sulla destra. In mezzo disponi i cavalieri.- Disse Gaetano Capodimonte.
- Sono solo in tredici, signore. Con noi quindici. – il cavallo di Ferruccio girò la testa sbuffando, sudato.
- Ci terremo nascosti a dieci metri dalla linea del bosco. Gli Apuli e i contadini mettili dietro, insieme a due serragente.
- Sì mio signore. Meglio quattro serragente. - Rispose Ferruccio. Capodimonte era il suo destino, per diritto di nascita e d’onore. Nei momenti in cui il Barone prendeva il comando (alzando la fronte coi riccioli neri), fissava ammirato quel profilo greco e popolare, e si sforzava di comprenderne la visione.
- Facciamo uscire gli esploratori, lanciandoli verso l’accampamento bizantino. Falli vestire con cotte, qualche gambale, un paio di elmi. A uno di loro fa indossare il mantello rosso, ti consiglio Suri, il sardo, che ha pure il portamento. Devono sembrare cavalieri cristiani sbandati, Ferruccio. Più o meno quello che siamo veramente. Quando vengono scorti dai greci, dì loro di caricarli al galoppo, lanciando urla, per poi ripensarci e frenare i cavalli, laggiù nella pianura.
- I greci li vedono e li inseguono, sperando di catturarli per un riscatto. E quando i bizantini sono a tiro, usiamo gli arcieri. E poi la cavalleria. – Disse Ferruccio d’impeto.
- Sì. Mi pare l’unico modo. – Rispose il Barone, guardandolo. Poi spostò lo sguardo sul dirupo che portava allo spettacolo della pianura. Ferruccio corrugò la fronte e disse: - Unico modo per far cosa, mio Signore? Dove ci fermiamo, dopo il contrattacco?
- Dove ci fermiamo? – Gaetano Capodimonte rise, spalancando la bocca coi denti perfetti – non ci fermiamo Ferruccio, non ci fermiamo più. Da’ gli ordini, che non c’è tempo da perdere. Domattina all’alba attacchiamo.
Ferruccio rimase a bocca aperta. Dunque era questo. Erano alla fine. Ma la notte era ancora lunga, e il cielo sarebbe stato pieno di stelle.
Quella notte si trovarono a fissare il buio della valle, con il dorso rivolto al braciere. L’intera collina era puntellata di fuochi: quelli dei pastori, delle pattuglie dei mori, di cristiani sbandati, dei commercianti che attraversavano le montagne protetti dai bizantini o dai veneziani, i fuochi dei frati e dei pellegrini e poi quelli degli assassini e delle streghe e dei pazzi. Fuochi d’appertutto.
- Perchè vuole morire, mio signore, la vita non le dice più niente?
- Sono vecchio Ferruccio e tra poco non riuscirò più a sopportare tutto questo. - Rispose Capodimonte, aggiustando il sedere in una cunetta. Non lo spaventava morire, naturalmente.
- Il mio signore non è vecchio. Siamo nati lo stesso giorno. Eppure io non ho voglia di morire.- rispose Ferruccio.
- Ci sono cose che fanno invecchiare più di altre.
- Che cosa mio Signore? Posso chiederglielo, vero? Questa è la nostra ultima notte. Che cosa la sta invecchiando? La caccia con il falcone? I banchetti con le dame a corte? Le cavalcate all’alba tra la frescura delle montagne? O magari le donne..
- Ricordi sotto le mura di Capri? – Capodimonte rise forte, quasi tossendo al ricordo della sua entrata furtiva in città, dopo aver aggirato di notte, le scogliere. E poi gli venne in mente quella donna, una delle tante, e provò una scossa al cuore, pensando che il giorno seguente doveva morire. Che dolore, quello sì! Pensò il Barone, mentre Ferruccio parlava, il dolore di non stringere più una femmina dentro un letto, o di vederla ubriaca di vino e miele che gli danza di fronte, nuda, nella torre del castello. Ferruccio si accorse che il Barone non l’ascoltava e tacque. Capodimonte non voleva perdere la bellezza del mondo.
Non se ne accorsero, ma presto fu giorno. E allora gli esploratori partirono al galoppo, fingendosi sbandati e fuggiaschi. I bizantini li videro subito e un drappello di cavalieri si mise all’inseguimento, brandendo le spade e le insegne di Comneno, divorando la pianura. Gli arcieri tirarono e qualche cavaliere finì disarcionato o ucciso. E poi Capodimonte e Ferruccio si gettarono al galoppo, scintillanti, lungo il fianco della collina, circondati da zolle di terra che salivano al cielo. Mentre il Barone raggiungeva il primo cavaliere greco e d’impeto lo decapitava, il suo luogotenente brandiva la spada a due mani e in piedi sulle staffe, spronava il cavallo con le sue urla. Gaetano Capodimonte e Ferruccio di Grenada, seguiti da tredici cavalieri normanni e siciliani si lanciarono verso l’accampamento dei greci, incontro alla morte. O alla gloria.
State bene! Cyrano.